Brain for sale


Psicogeografia Algoritmica
novembre 17, 2008, 11:33 am
Filed under: algoritmica, psicogeografia, sperimentazione | Tag: ,

Percorsi all’interno dello spazio. Spazio: entità astratta, puro contenitore indeterminato, storicamente esistente solo come tessuto di luoghi, identificabili sotto il profilo etico ed estetico attraverso l’interrelazione dinamica di natura-uomo-arteficio. Spazio-luogo, dimensione trasformabile e in continua trasformazione.

Durante le prime derive, ho raccolto sensazioni e materiale per incominciare un lavoro di più ampio respiro. Un aspetto mi parso particolarmente interessante: il rapporto tra psiche e ambiente. Sembra che durante tutto il percorso ci siano degli indizi disseminati, uniti da un filo invisibile. La traccia creata dal calcolatore spesso si sovrappone perfettamente all’arredo urbano, agli elementi architettonici, che vengono cos portati in primo piano, fatti emergere. Ed emerge l’isolamento dalla realtà, dalla quotidianità, poiché lo spazio-tempo messo a nudo. Cos come vengono messe a nudo le sensazioni percettive, che nella loro perdita di familiarità acquistano forza e interesse.

Ecco quindi che il termine psychogeography prende significato. E che la pratica della deriva mostra una nuova possibilità d’uso, in un ambito più vasto. Quello che ci interessa la relazione geografia-psiche, l’esplorazione e percezione del territorio in forma altra. Si tratta di uno sprofondamento dei flussi di dati generati dal calcolo, dal processo e dal codice generativo nella quotidianità dello spazio. Dal flusso virtuale alla percezione del reale. Tutto nasce dal bisogno di dare corpo e fisicità a concetti e pensieri astratti, e dal desiderio di scoprire nuove prospettive. Aprire la città, renderla accessibile a chiunque, andare oltre i limiti imposti dalle regole territoriali e sociali, rendere riscrivibili e reinterpretabili le sue linee.

Costruire percorsi mentali liberi attraverso la deriva algortimica.
Scoprire angoli mai osservati, stradine mai percorse, tutti quei piccoli dettagli che fanno della nostra città un’altra città, nuova e diversa al percorrerla a piedi, osservando, sentendo e percependo, cercando ci che correndo ci sfugge. Per andare oltre la nostra abituale capacità di cogliere le parti che formano questo piccola città, che chiamiamo nostra ma che nostra, in fin dei conti, non . Fino a capire che la città non una ma molteplice, che la città plurale. Ogni città molte città, una città per ogni abitante, ogni abitante una diversa geografia mentale dello scenario.

Insomma, si tratta di invito ad astrarsi, a perdersi nella città, a camminare guardandosi intorno come smarriti, curiosi, per poter sentire di essere in altro posto, un posto che non si conosce, capire che della nostra città c’è ancora molto da vedere e da vivere. Che la città che percorriamo abitualmente solo una delle tante.

Le strade sono solo potenza, e ogni passante con il suo sguardo e con il suo passo le rende atto, un atto proprio e individualizzato, diverso per ognuno. E se ogni atto ugualmente possibile, se ogni atto reale, dov’è la città vera? Sovrapponendo tutti quegli atti non otterremmo più che una Babilonia di linee e movimenti e psicologie.

E ci dimostra il carattere psichico (e psicotico) della città, che mai si limita a essere sequenza di strade, isolati, chiese, fabbriche, parchi ma sempre spazio che prende vita da ogni occhio che entri in interazione con lei. Ogni occhio un’abitudine, uno stile di vita, certo, ma anche uno stato d’animo, un umore, un’emozione. Città aperta, possibile, nuova perché osservata con occhi che sanno farsi vergini rispetto alla familiarità con cui da sempre ci muoviamo in essa. Consapevolezza e allo stesso tempo ignoranza. Di sguardo, di attenzione, di possibilità. Interazione reale tra corpo fisico e corpo architettonico, urbanistico. Parti di pluralità.

Consapevolezza. Di sguardo, di attenzione, di possibilità. Interazione reale tra corpo fisico e corpo architettonico, tra tessuto mentale e tessuto urbano.

Comunicare. Mostrare e dire parti di pluralità. Bio-pluralità, pluralità di vita, perché di questo che si parla! Pluralità che diventano oggetto e soggetto di sperimentazioni collocate al confine tra pratiche sociali e creazione artistica.

Indurre lo spettatore a osservare il suo seguire una propria mappa mentale, fatta di strade e piazze, percorsi veloci e intuitivi, legati a ricordi e a emozioni. Capire che attraverso questo processo la città non può più essere una, singola, ma diventa multipla e molteplice, un insieme di più città che vanno a formare un’interfaccia tra virtuale e reale, tra tecnologia e nervi, tra respiro ed edifici. La città come interfaccia, quindi, come luogo (o metaluogo?) di differenti modalità di consapevolezza urbana. Ma l’adozione di una prospettiva comunicativa e dinamica, che pensa in maniera più approfondita la fruibilità dello spazio della città, ci permette di osservare la relazione cittadino-città come uno scambio, un rapporto biunivoco. Perchè vero anche che forma e collocazione degli edifici influiscono sulle attività umane, sulla percezione della città e delle sue parti, sugli stati emotivi.

Fruizioni diverse, percorsi in-abituali, ipotesi algoritmiche applicate alla strada: la psicogeografia generativa di Londra. Un esperimento, solo un gioco, che per finisce necessariamente per porsi in maniera critica e riflessiva nei confronti degli spostamenti quotidiani .”First street left, second street right, first street right, repeat…”: indicazioni per passare attraverso la città in un modo completamente differente rispetto a quello quotidiano, e trovarsi cos a confronto con s (il proprio sentire, le abitudini, le comodità) e con la città (la scoperta!).

Lavorare sul tessuto urbano. Trovare percorsi di libertà intersecando alle coordinate geografiche una cronologia di eventi, sparsi nei secoli, che vanno a (ri)costruire una storia della città fatta dalle persone, dai cittadini e dai visitatori, in gesti grandi e in azioni ‘minori’. Macerie, terra e vegetazione, e poi palazzi, e lapidi e monumenti con la loro presenza costituiscono un segno indelebile di ci che stato e di ci che ha costituito la storia della città. Angoli troppo spesso dimenticati, guardati senza curiosità che raccontano storie di cui forse molti ignorano l’esistenza.

Una psicogeografia degli angoli. Derive storiche, e derive casalinghe. Indagare l’ambiente abitativo utilizzando tecniche simili a quelle applicate al cityscape, esplorando gli angoli privi di esperienza, i non-luoghi del domestico. Proiettare mentalmente linee e parole, usare e abusare degli spazi. Tracciare mappe del possibile e assimilare una realtà sconosciuta: l’esplorazione di un non-senso. Connessione, assegnazione di concetti ai singoli elementi di un’abitazione (angoli, muri, fessure, spigoli, etc..) in modo da mapparli per poi farli parlare, riceverne serie di dati. Una sorta di laboratorio di letteratura potenziale generata dall’abitare uno spazio.

Fuoriuscite di dati, perdite di informazioni, dispersioni nel reale. Una sorta di sprofondamento del virtuale nel reale.

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